Recensioni di Neve
(Edizioni Eva, 2011)

La Nuova Tribuna Letteraria, no. 108 Anno XXII (4° Trimestre 2012), pag. 43
Renzo Cremona, Neve
Edizioni Eva, Venafro (Is), 2011

di Daniela Monreale

Con la sua consueta capacità di fertile immaginazione e sapienza evocativa, Renzo Cremona ci regala un nuovo delizioso libretto di prose poetiche dal semplice quanto denso titolo: Neve. E difatti di densità simbolica si deve parlare per questo bianco elemento, che nella sua limpida e folgorante presenza possiede una tale concentrazione evocativa che raramente si può trovare, così sterminata e ramificata, nella traduzione letteraria e artistica di altri elementi naturali. La neve, poi, assume su di sé il simbolismo incrociato dell'acqua e della luce e dunque si presenta innanzitutto come un significativo conglomerato, un insieme di richiami ed echi davvero ricco e inesauribile.
Così Renzo Cremona qui ricama, intorno alla neve, squarci descrittivi e ritagli percettivi, in uno scandaglio interiore che fa depositare le tracce del bianco in un precipitato di mistero, suggerendo al lettore la risonanza del segno lasciato, lo stupore contemplativo, l'intreccio dei sensi che fanno da sottofondo allo scenario lirico dei “quadri” raccontati.
In queste rapide quanto incisive prose poetiche risaltano soprattutto le “impronte”, le orme lasciate sulla neve, elevate a metafora di un gioco dello sguardo che sa unire paesaggio umano e paesaggio naturale in un accordo fuori dal tempo. Così “le mani colme di vento” e il paesaggio che “balbettava” sono immagini che lasciano una profonda traccia sul lettore, come di neve plasmata dai “campi bianchi della mente”, scaturigine di bellezza malinconica, quasi scultorea nel suo tratto preciso, contornato. In questa catena di fusioni e di simbiosi, il linguaggio dell'autore si insinua sicuro, seminando sinestesie (“la musica d'inverno aveva uno strano colore, e aveva un modo ancor più strano di camminare”) e figure poetiche di rara soavità (“il freddo ci parlava in alfabeti di cristalli che si attaccavano alle grondaie dei tetti”), in un crescendo lirico e descrittivo che culmina in un finale apertamente mistico, di fresca apertura vitale (“solo gli occhi a quando a quando brillavano scintillando, e riapparivano stupiti come il primo giorno in cui avevano scoperto la vita e le terre emerse”).

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