Lettere dal mattatoio (1995-1998)

perché nulla andasse perso
perché i giorni non corrodessero la memoria
ho mangiato le tue parole
e le ho fatte scendere al buio.
dove il tuo inchiostro è diventato il mio sangue.

Pubblicazione: giugno 2002 (Il libro, che ha come titolo “Lettere dal Mattatoio”, comprende testi provenienti da una prima sezione, composta tra il 1995 e il 1997, e da una seconda, composta tra il 1997 e il 1998). Nel 1999 delle versioni inglesi di “Posta” e “Lettera ad un amante” sono state pubblicate nei Paesi Bassi all’interno della FlikkerAgenda 1999 “Tijdloos”.
Editore: Edizioni del Leone (Spinea, VE)
Collana: Poesia
Codice ISBN: 88-7314-034-3
Immagine di copertina: Il bue scuoiato, di Marc Chagall (1947).
Note: Qui di seguito viene presentata una selezione dei testi contenuti in “Lettere dal Mattatoio”. Chiunque sia interessato ad acquistare la versione integrale del libro, può farlo contattando l’autore all’indirizzo di posta elettronica indicato.

Il deragliamento.

“Manteniamo i contatti” dissero.
E ci tagliarono
nella nebbia del cuore
i fili della luce.

Per mia colpa, mia grandissima colpa.

Ego te absolvo in nomine patris, filii et spiritus sancti.

Ci si prende sempre cura di pulire il coltello
prima di adoperarlo.

Mattatoio.

Ripulisco i muri dalla notte con la luce di un nuovo giorno.
La bava del futuro
che tra poco divora anche la memoria.
Il senso
vago
ma comunque inevitabile di un vicolo cieco.

Bisanzio.

In uno stato di delirio per nulla apparente
mi alzo
la notte
in cerca della memoria che si sta perdendo. E la sento,
è un’eco che perde forza
mano a mano che percorro le pareti e
disincaglio le dita dalle ragnatele dei ricordi,
mentre scruto carte
e diari di bordo
per trovare una rotta qualsiasi in una geografia appannata.
Quasi sempre è un corridoio,
e succede di vedere
la luce di un televisore acceso altrove
che illumina immagini di qualcosa che io non sono più,
in una stanza che non riesco a raggiungere, per quanto
continui a camminare,
dove si pronunciano parole
che io
non
conosco.

breve discorso sulle differenze.

diverso
mi vollero.
per timore di essere

uguali.

visita allo zoo.

nuovi spazi si vogliono creare
perché
tutti
restino nei propri.

la mano sul carniere.

scorticato
dalle spine di un incubo
tento annaspando
di liberarmi
da questo senso di lotta scalza
sulla pelle del giorno.
come disciolto in un bicchiere di liquido estremo
nell’aria tremante e sfocata di una visione
mi sembra di vedere
nelle prime ore del mattino
ora comparendo ora scomparendo
nella sabbia che si solleva col vento
tra gli alberi di una foresta che mormorano sillabe primordiali
il dorso maculato
di un sogno
che fugge,
l’occasione che non sono riuscito a fare preda.

manicomio.

cercando una strada trovò quella
che portava
dentro di sé.
venne un giorno e non riuscì più a tornare.

cronaca dal margine di un’insolazione.

allo stato brado di un pensiero,
sul confine tra un mozzicone di sigaretta e il deserto
è quasi sera, ma
prima che le prede scappino
l’ago della bussola
ha già toccato terra
e segnato il punto d’arrivo. ed ecco che
le loro pelli brune e bruciate,
scampate ai naufragi
ma non all’arroganza dei sensi,
sbarcano sulla terraferma e ricompaiono sui pontili
ed un’ombra di pietra e inquietudine
scivola dentro le scarpe.
lente e fugaci
misteriose e buie
come segni incisi in epigrafi etrusche, attendendo il momento
dell’incontro
confondono l’espressione di una certezza alle parole,
il senso della notte al giorno in arrivo,
il profilo vago ed instabile di un sogno che sfugge
nel buio
che precede
una caduta.

scalzo.

senza chiedere. e
senza dare.
momentaneo narcotico di me stesso.
così
mi presento sulla spiaggia
al giorno
che mi copre già i piedi di schiuma marina.

anche se di capelli non ne ho più

perché li ho rasati,
da anni
tu continui a strapparmeli uno ad uno. ed ogni strappo è un urlo, ed ogni urlo
uno squarcio che si apre divelto al centro della mia
paura

anche se tu sei ormai un ricordo
senza mani
e
senza voce.

su di un corpo vivo.

che sia sempre leggera la tua mente
e non pesi sul tuo corpo

che sia sempre leggera
e che leggeri mantenga quindi i tuoi piedi,
affinché non affondino
col loro dolore
nel fango e
nella sabbia.
che siano agili i tuoi piedi perché è là che
vivono vetri e regnano sassi,
dove pietre cariche di rancore e schegge aguzze sfregiano i tuoi passi
e tra le dita già ti ghermiscono
urlando

mani inferocite.

la piscina

se ci penso
temo di sognarlo
se lo sogno
temo di nuotarci.

ogni volta al sorgere del sole notturno
ecco i rami che arrivano
e
sogno di nuotare in una grande piscina.

e i miei piedi lo capiscono: c’è solo la superficie
ma
manca il fondo.

dimensione degli specchi

tanto li ho attesi, nonostante la sabbia e il silenzio, che ora
sono qui davanti a me,
cresciuti su di una terra dove non pensavo potesse più nascere erba.
e non sono né sogni
né realtà, ma solo ombre di luce e
messaggi perduti. sono
i pensieri escoriati e le
lettere mai giunte a destinazione in cui le mie dita
affondano
consapevoli di lacerare il presente, luoghi in cui
danzano mani
che non mi hanno mai accarezzato, pensieri e
corpi
che ho sempre rincorso e
non ci sono mai stati mentre io,
disteso sull’equinozio, all’incrocio dei miei e dei tuoi sensi, guardo
questo mondo d’acqua e di
liquide immagini
dove giace, come sul fondo di un lago,
una casa
abitata da barche naufragate o
da occhi di bambole cadute in un coma profondo,
come sulla soglia di un volto graffiato
dal passato che prende lentamente forma
e di cui non riesco ancora a decifrare i contorni.

a colpi d’ascia

per sbaglio
ho provato a baciarti, solo per sbaglio.
ma
le mie labbra erano sporche di verità e i tuoi pensieri,
perduti in corridoi che
non riesco più a trovare, pulsano ancora
avvolti in fiamme impazzite,
lasciando che
i ferri chirurgici del passato
squarcino ed offendano
la memoria del nostro

futuro.

spalancai la bocca

per respirare il cielo.
ingoiai invece pioggia e fango.

vomitai una parola mal pronunciata e vidi:
quella parola

ero io.

da quando

in piena notte
ha telefonato
dicendo che i miei capelli gli ricordano
il muschio
che nasce sulle cortecce

non riesco più a guardare un albero senza cercarvi sopra, incise,

le sue parole.


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