[LETTURE e RILETTURE 126]
di Fabio Bazzani
Lo so che scrivere “da sempre” è un errore, quasi come i numeri della matematica di cui parla Nietzsche: falsi ma utili. Scrivo dunque “da sempre”, che sì è un errore ma che mi è utile per introdurre, con una certa efficacia, il discorso. Da sempre, allora, io nutro ammirazione – accompagnata da una qualche dose d’invidia – nei confronti di quegli scrittori che sanno fare filosofia attraverso la letteratura e che, senza mai dirlo, usano argomenti filosofici per fare letteratura. Fare filosofia attraverso la letteratura significa capacità di porre questioni fondamentali enunciandole attraverso immagini, cioè convertendo l’enunciazione in rappresentazione e la rappresentazione in enunciazione. Il che è un po’ come far quadrare il cerchio. Lo stile di questi scrittori è quasi sempre leggero nella complessità, complesso nella leggerezza. Le loro parole sono insostenibilmente lievi. Il loro messaggio è superficialmente profondo, abissale, luminosamente oscuro. E tali sono le parole del libro di Renzo Cremona su cui vorrei dire qualcosa. Tale è anche il suo messaggio. Qui si mettono in campo le oscurità dell’animo umano e l’apparente semplicità delle relazioni del mondo. Si dipana, cioè, una scrittura che, per così esprimerci, illumina l’ombra della luce, dando forma e corpo visibili all’invisibile. Entrano in gioco le ossessioni, le paure, le incontenibili brame, le ignobili o sublimi passioni, i gesti meschini o gli istanti geniali, di artisti fantastici. Ognuno di questi dà a sua volta corpo, con la propria opera, ad esistenze oniriche, ad una immaginazione di realtà. Ne trascelgo alcuni, a titolo di esempio: Sebastiano Cimmeri, detto Il Trapassante, pittore di vertigini; Mauro Aulente, pittore del «buio che alberga dentro di noi»; Brando Antenori, architetto, «fustigatore di cecità»; Antonello Restituto, architetto, ideatore dell’«anfiteatro della Memoria Sospesa»; Fulvio Timberi, architetto, «animatore di voci e diluitore degli inchiostri interiori»; Dorotea Remotti, pittrice, «fine tessitrice di lontananze e di sommi vertici irraggiungibili». E così via, per 25 biografie di lontana ascendenza e consapevole rivisitazione vasariane. Figure che l’autore crea nella propria immaginazione di un oltre possibile, momenti di una realtà parallela, impalpabile, ineffabile però detta nella scrittura stessa. Immateriali epifanie di una materia a cui è appunto la scrittura a dare realtà. Queste figure agiscono in una continua e insopprimibile tensione creativa, secondo il percorso circolare di un’esistenza che nella morte sempre rinnova la vita, costantemente aprendo a imprevedibili scenari di eternità, sollevando, cioè, la questione relativa alla effettiva dimensione della vita e della morte stesse. Si tratta, come scrive Cremona, di «un universo metafisico dove individui e cose hanno ancora i contorni della realtà ma sono pervasi da un’atmosfera allucinata, straniante, che trasfigura atti e pensieri rendendoli segni misteriosi di una sintassi ulteriore, di un limbo pietrificato dove si attende il disvelamento di qualche terribile segreto», p. 8. Ma continuiamo a far parlare l’autore. Riporto due brevi passi. Il primo: «Glauco Ordigni / Architetto. Casa singolare ha costruito Glauco Ordigni, e di mattoni fatti della stessa sostanza del terrore. Chi vi mette piede, si racconta, non sarebbe più in grado di dire se non quello che le sue vere intenzioni gli comandano. È per questo, probabilmente, che da secoli l’edificio giace abbandonato tra i rovi e le spine e nessun uomo ha il desiderio di visitarlo. Dev’essere anche per questo, forse, che è riuscito ad arrivare fino a noi del tutto intatto ed incontaminato», p. 34. Il secondo: «Milo Nosti / Architetto. Costruttore della casa delle sospensioni inattese è Milo Nosti, che ha fatto del tempo un gomitolo da srotolare a piacere durante la notte e, prima dell’alba, da riavvolgere con cautela stando bene attenti a non calpestarlo. Tiene con cura il conto dei pesi, e calcola spinte e controspinte senza lasciare nulla nelle mani del caso, da accorto ideatore qual è. È per questo che si può, in questa strana architettura di prodigiosa maestria, interrompere il normale corso degli eventi al quale ci siamo consegnati quasi senza saperlo e vederne il filo dipanarsi, come per incanto, all’interno di stanze che pensavamo di avere perduto per sempre», p. 39.
Ci troviamo di fronte ad una scrittura vertiginosa e paradossale, in cui è gradito perdersi. Autore coltissimo e raffinatissimo, Renzo Cremona ci offre un piccolo gioiello di affabulazione ed una non usuale prospettiva di riflessione. Non pretende, certo, di rispondere in misura definitiva sul senso dell’esistenza e delle cose –ma chi mai vi è riuscito o potrà riuscirvi?, nonostante le pretese di alcuni –, però ci insegna ad aggiustare un po’ il tiro del nostro interrogare. Ci insegna, cioè, a porre in maniera un po’ più corretta, meno matematica e perciò meno falsa, il nostro domandare su quel senso, amplificandone lo spazio della inutilità, cioè contribuendo a liberarci un poco dalla trita e triste questione del “a cosa serve?”. In fondo l’inutilità è proprio quel che serve a non naufragare nella follia del Mondo.
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